Guerra agentica racconta una guerra che non viene mai dichiarata, ma che produce effetti reali. Non ci sono fronti visibili né nemici riconoscibili, solo decisioni prese altrove e conseguenze che arrivano all’improvviso. È un romanzo che mette al centro le persone, con le loro paure, i loro errori e i legami messi alla prova, mentre la tecnologia agisce sullo sfondo come una forza silenziosa. Qui la guerra non è un concetto astratto: entra nelle vite, le interrompe, le cambia per sempre.
Incipit
L’esplosione arrivò senza preavviso.
Non ebbi il tempo di elaborare cosa stesse accadendo. Il pavimento cedette sotto i miei piedi e mi ritrovai a terra col fiato strappato via. Qualcosa mi colpì alla spalla, poi alla testa – non abbastanza forte da stordirmi, ma sufficiente per farmi vedere nero un istante.
Quando riaprii gli occhi ero steso su un fianco. Silenzio. Un silenzio innaturale, sbagliato. Poi il rumore tornò tutto insieme: allarmi, vetri che cadevano, strutture metalliche che gemevano sotto sforzo. Provai a respirare e tossii polvere. La bocca sapeva di cemento.
Mi tirai su appoggiandomi al muro.
La prima cosa che feci non fu valutare i danni o cercare una via d’uscita. Girai la testa verso il laboratorio.
«Eva.»
La voce mi uscì roca, troppo bassa.
«Eva.»
Mi misi in piedi. Il corridoio era irriconoscibile: storto, spezzato, ostruito da detriti. Le luci principali spente, solo qualche emergenza che lampeggiava.
«Eva, dove sei?»
Nessuna risposta.
Iniziai a camminare, poi quasi a correre verso il punto dove pochi secondi prima stavamo verificando i protocolli operativi. Dove lei era. Quando arrivai, rallentai.
Il laboratorio non esisteva più.
Solo macerie. Lastre di cemento, travi contorte, cavi scoperti. Tutto crollato su se stesso. Sentii qualcosa stringermi lo stomaco – una sensazione che conoscevo bene ma che non provavo da anni.
«Eva.»
Più forte.
«Eva!»
Mi avvicinai e cominciai a scrutare sotto le macerie, cercando con lo sguardo qualsiasi segno, qualsiasi movimento. Come se potesse essere semplicemente altrove. Come se non fosse possibile che fosse lì sotto.
«Eva, rispondi.»
Silenzio.
Mi inginocchiai e cominciai a spostare i pezzi più piccoli con le mani. Senza pensarci, senza metodo. Ogni frammento che riuscivo a sollevare lo buttavo di lato. La polvere mi entrava negli occhi, bruciava. Le dita iniziarono a far male quasi subito. Una scheggia mi aprì il palmo – me ne accorsi solo quando vidi il sangue sul cemento.
Continuai a scavare.
Poi le dita toccarono del tessuto.
Mi fermai un secondo. Infilai la mano più sotto.
«Eva.»
Le toccai il braccio.
Era lì.
«Eva, sono io.»
Scavai più in fretta, senza coordinazione, finché non liberai il suo viso. Coperto di polvere. Gli occhi chiusi. Un taglio sulla fronte. Avvicinai l’orecchio alla sua bocca.
Respirava.
Leggero, irregolare. Ma respirava.
«Va tutto bene,» dissi. Non so perché. «Va tutto bene.»
Provai a spostare una trave sopra di lei. Non si mosse. Ci riprovai. Niente. Le braccia mi tremavano – una reazione che non accettavo, che non potevo permettermi. Intorno sentii altre voci: grida, qualcuno che chiamava nomi. In lontananza, sirene.
Strinsi la sua mano.
«Non ti addormentare, ok?»
Non rispose.
Quando arrivarono, non li vidi subito. Sentii prima le torce, il rumore delle scarpe sui detriti.
«C’è qualcuno sotto!» gridai. «Qui! È viva!»
Uno di loro si avvicinò: casco, giubbotto antiurto, sguardo professionale. Mi guardò le mani sporche di sangue.
«Devi spostarti.»
«No.»
«Dobbiamo mettere in sicurezza la struttura.»
«È viva,» ripetei. «È qui sotto.»
Mi prese per le spalle. Presa forte, non violenta, ma ferma.
«Se crolla ancora muori anche tu.»
Lo guardai. Poi guardai lei. Mollai la presa.
Mi spinsero indietro di qualche passo. Da lì li osservai lavorare: veloci, coordinati, efficienti. Io ero fermo. Inutile.
Quando la tirarono fuori, il corpo di Eva sembrava troppo leggero. Immobile. La misero sulla barella.
«Come sta?» chiesi.
Nessuno mi rispose subito.
L’ambulanza era già lì, luci blu che tagliavano la polvere sospesa. La caricarono dentro.
Io rimasi fuori.
Seduto su un pezzo di muro crollato, con le mani che non smettevano di tremare.
In quel momento non sapevo cosa fosse successo. Non sapevo perché. Non sapevo contro chi.
Sapevo solo una cosa: lei era stata sotto quelle macerie, e io ero ancora vivo.
E qualcosa, da quel momento, si era rotto per sempre.
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